[Cronache della Soffitta è una newsletter pubblicata originariamente su Substack]

Ci sono cose che sono rimaste in soffitta negli anni e altre no, come penso valga per le soffitte — o i loro surrogati — di tutti. Ciò che è fantastico di questo mio scavare e riaprire scatoloni è che, a parte quelli di cui ero certo contenessero ricordi, la vera sorpresa è la quantità di roba che non pensavo assolutamente di aver tenuto.
In questa nuova avventura nella polvere, vi riporto a fine anni Novanta, ai tempi (per me ovviamente) delle superiori. Ho infatti ritrovato due oggetti che mi hanno davvero fatto rivivere quel periodo: il mio zaino Invicta e la mia Smemo, quella del 1998. L’anno della “quinta” e dell’Esame di Maturità, diventato nel tempo “Esame di Stato”, che da quest’anno tra l’altro reintrodurrà proprio il concetto di “maturità”, provando a valutarla all’orale: una scelta che non trova molto d’accordo noi docenti. (1)

Ma partiamo dallo zaino. Finite le elementari, lo zaino significava diventare grandi, si abbandonava la “cartella”. Scegliere lo zaino voleva dire scegliere qualcosa che ti avrebbe accompagnato per parecchi anni. Le scelte, almeno nella mia piccola città, erano limitate ai classici modelli Invicta. Costavano anche cari e dovevano durare, soprattutto a chi come me doveva farsi il ritorno a casa in autobus con libri e quaderni sulla schiena, sfasciandosi le spalle a causa delle terribili — ma indimenticabili — spalline.
Non so perché nessuno abbia mai pensato a cercare un po’ più di ergonomia per quelle spalline; mi piace pensare che fosse perché avrebbe cambiato la fisionomia dello zaino, che non sarebbe più stato un Invicta. Già in quegli anni si stava affermando la Seven, con i suoi colori sgargianti: l’unica vera alternativa che ricordo, che alla fine sceglieva chi voleva distinguersi un po’ dal “solito” Invicta. Perché quando entravi in classe, associavi subito lo zaino al proprietario.
Oggi invece quella scelta distintiva non c’è più. Nelle classi prime in cui insegno quest’anno capita spesso di chiedere di chi sia uno zaino e i ragazzi non lo sanno dire con certezza. Un po’ per la distrazione verso i dettagli, un po’ perché non tutti ce l’hanno. A volte si vedono direttamente borse o borsette, complice il fatto che non si portano più tutti i libri. E non perché ci siano le versioni digitali, ma proprio perché o si dimenticano di portarli, o non ne hanno voglia, oppure i docenti non li usano.
Le versioni digitali dei libri esistono, ma spesso tendono a essere solo banali conversioni dei testi cartacei; le recenti normative che vietano i dispositivi digitali in classe, inoltre, hanno reso ancora più intricato proporli, considerato anche che costano praticamente come le controparti cartacee. Su quella norma mi spendo con una sola, semplice riflessione: appurato che la dipendenza da cellulare è ormai grave e fuori controllo, serve fare realmente educazione digitale, non vietare, per poi lasciare che alla campanella di fine mattinata i ragazzi si facciano un’overdose di scrolling.
E a proposito di questa dipendenza dal digitale, oggi abbiamo il registro elettronico, un altro cortocircuito logico per cui, una volta fuori dalla classe, gli studenti devono per forza accedere al solito smartphone in cerca di compiti assegnati, verifiche e circolari, venendo nuovamente distratti da decine di notifiche di altre app. E nessuno, dico nessuno, nemmeno sotto minaccia, si compra più un’agenda. Anche perché, diciamolo: i registri elettronici non sono poi così comodi da consultare.
Sulla necessità del diario cartaceo io ci lotto parecchio, soprattutto da quando ho ampliato le mie specializzazioni per l’insegnamento, scoprendo che, secondo le neuroscienze dello sviluppo, nei ragazzi le funzioni esecutive (cioè la capacità di pianificare e organizzarsi) sono biologicamente immature fino ai 25 anni! È normale che non sappiano gestirsi. Proprio per questo, prendere in mano la penna e scrivere le cose da fare è un atto fisico che lascia un segno nella memoria. Lasciare che sia il prof a scrivere tutto sul registro, per poi guardarlo a casa dal telefono, non serve a niente. Sfogliare le pagine di carta, invece, aiuta visivamente a rendersi conto di quante verifiche e compiti si stiano accumulando nei giorni successivi, e allena la mente a guardare avanti.
Oltre alle verifiche, si perdono però qualcosa di molto più intimo: avere un oggetto da lasciare sul banco e da popolare come facevamo noi. Ecco perché ritrovare la mia agenda di quinta, l’unico anno in cui ho ceduto al conformismo e ho avuto una Smemo, è stato un viaggio nel tempo incredibile.
Smemoranda era l’agenda per definizione alle superiori. Se non la avevi, o eri particolarmente alternativo, o semplicemente come me non te ne fregava niente e preferivi un diario più divertente e spensierato (ricordo di aver avuto quello di Mai Dire Gol, ad esempio). Nel 2024 il marchio è tristemente fallito, e l’asta per l’affidamento è andata pure deserta (qui la storia intricata del suo fallimento).
“Smemoranda è pensata e realizzata per chi frequenta le medie superiori e l’università. Naturalmente ribadiamo la più totale libertà di scelta e uso (scolastico e non) di Smemoranda da parte vostra.” (2)


Indice degli autori, e memoria storica dello svarione di un mio compagno di classe
La Smemo era qualcosa di davvero particolare. Intanto era cicciotta, perché durava 16 mesi. Aveva tantissimi pensieri e interventi scritti e disegnati da autori e personaggi celebri. E poi si era radicata l’abitudine di “farcirla” di cose: da trafiletti di giornali e riviste ad adesivi, dediche di compagni, frasi e tutto quello che veniva in mente.
«…D’Annunzio divenne estetista… Cioè, no, volevo dire esteta…» (3)
Scorrerla oggi è come scrollare il “wall” su un social, una sorta di carrellata di “reel analogici” con cui ricostruire tutto un anno della tua vita, non solo scolastica. La Smemo aveva poi sul fondo una serie di bigliettini staccabili da usare per mandare messaggi, una sorta di WhatsApp ante litteram. È facile capire come tutto questo sia morto in seguito all’avvento degli smartphone. Ora ci mandiamo tonnellate di messaggi e di foto che chissà se riusciremo a ritrovare tra trent’anni, come è successo con la mia Smemo.


Gli indimenticabili bigliettini, e un ritaglio delle quotazioni del Fantacalcio Gazzetta. Ronaldo 1, passo!
Vi lascio per concludere con una battuta premonitrice che ho preso dall’intervento di Walter Fontana in quella Smemo del 1998 (che potreste ricordare se avete mai visto una sua scheda a Mai Dire Gol):
“– Professor Capotta, sa cosa pensavo? Che se Internet ha reso il mondo grande come una palla da basket, in proporzione cos’è diventato il suo cervello? Tornando a noi, me lo dà il trenta e lode?”
Note:
1) Qui ti segnalo una newsletter di una collega insegnante che lo spiega bene.
2) Da un trafiletto nelle prime pagine.
3) Trovata sulla pagina del 7 Maggio della mia Smemo, esame ormai alle porte: un mio compagno rispondeva così in un’interrogazione di Italiano.


